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CAMBIARE MANSIONE E' LECITO SE C'E' OMOGENEITA' SOSTANZIALE


La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18031 del 21 luglio 2017, è intervenuta in tema di ius variandi, ossia il potere del datore di lavoro di modificare unilateralmente le mansioni del lavoratore, disciplinato nel nostro ordinamento dall’art. 2103 c.c.

Tuttavia, è bene precisare che questa pronuncia si riferisce ad eventi svoltisi ben prima dell’entrata in vigore della nuova versione del 2103 c.c., pertanto l’interpretazione della Corte si fonda sulla impostazione precedente della norma, com’era prima delle modifiche apportate dal D.lgs. 81/2015; tale aspetto è di primaria importanza, dal momento che, se la vicenda si fosse verificata dopo l’entrata in vigore del Decreto, la controversia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso, essendo ormai mutati i parametri di valutazione della legittimità dello ius variandi.

Nello specifico, il caso sottoposto alla Corte riguardava una lavoratrice alla quale, in seguito ad un processo di riorganizzazione aziendale, erano state attribuite mansioni diverse da quelle iniziali, circostanza che aveva di fatto comportato un demansionamento della stessa, successivamente accertato dalla Corte d’Appello; il datore di lavoro impugnava la sentenza di secondo grado, adducendo, tra l’altro, il profilo riorganizzativo quale giustificazione del cambio di mansioni.

La Suprema Corte, in quest’occasione, ha ribadito il principio per cui, al fine di verificare il corretto esercizio di questo potere datoriale, è indispensabile valutare se vi sia una sostanziale omogeneità tra le mansioni vecchie e quelle nuove, non essendo rilevante che le nuove mansioni siano formalmente riconducibili allo stesso livello di inquadramento; ne consegue che, anche in presenza di una nuova classificazione del personale operata di concerto con i sindacati, in seguito ad un riassetto organizzativo, le nuove attività devono risultare comunque coerenti con la storia professionale del dipendente.

Secondo gli Ermellini, dunque, è necessario che tra le due tipologie di mansioni sussista un’equivalenza in concreto, di modo che i nuovi compiti siano compatibili con il bagaglio di competenze ed esperienze acquisito dal lavoratore e consentano allo stesso di coltivare ed accrescere il proprio patrimonio professionale; pertanto, non è ammessa l’attribuzione di mansioni sostanzialmente inferiori, anche se le stesse appartengono allo stesso livello contrattuale delle precedenti.

In ciò si riconosce la grande diversità tra questa lettura e la nuova impostazione della norma, stante che l’art. 2103 c.c. oggi, per effetto delle modifiche entrate in vigore nel 2015, preferisce un criterio formale in quanto prevede proprio che siano attribuibili nuove mansioni purché esse appartengano “allo stesso livello e categoria legale di inquadramento” (cfr. art. 2103 co. 1, c.c.); non solo, attualmente la norma prevede anche che, a determinate condizioni, possano essere attribuite al lavoratore “mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale” (art. 2103, co. 2, c.c.).

Pertanto, se prima la valutazione del Giudice doveva incentrarsi – come espresso nella sentenza in esame – sul concetto di equivalenza sostanziale, oggi il parametro di riferimento, sul quale misurare la legittimità dello ius variandi, è soprattutto il sistema di classificazione previsto dalla contrattazione collettiva.


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